Scegliere un soggetto vuole dire porsi in un determinato rapporto con un sistema di valori e di affermazioni. Se decido di dipingere un paesaggio oppure un episodio storico o una natura morta, con ciò io  accetto / critico / distinguo oppure respingo una determinata visione del mondo.
Il soggetto quindi dovrebbe, verosimilmente, essere oggetto di una scelta cosciente. 
Eppure, io vedo che nei miei lavori il soggetto si impone quasi da solo, in un gioco dialettico di idee, forme, metafore, in cui la mia volontà gioca un ruolo tutto sommato marginale. 

Spesso per me dipingere vuol dir seguire una logica che ritrovo insita nelle cose, negli oggetti minimi, nelle forme base del mio fare. Una pennellata, una traccia lasciata dalla carta o dalla stoffa, una velatura,  richiamano ciascuno uno o più elementi successivi, variamente situati.
Certo, si tratta di equilibrio formale, ma non soltanto e non sempre: le forme che traccio sulla tela, in quanto metafore, hanno un loro valore, una loro vita, direi anche preferenze ed idiosincrasie reciproche, che mi aiutano a strutturare la composizione.
Resta il problema: sono io che dipingo il quadro o è il quadro che si crea secondo proprie leggi e, in qualche modo, definisce me?
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